Vintage Rèvisè: divertirsi a cambiare, modificare, rinnovare!

Ho iniziato a modificare abiti lavorando per il teatro: completi uomo che diventano un elegante Frack, vecchi soprabiti trasformati in giacche settecentesche, abiti da sposa per fate e principesse.
Spesso giro per mercatini e tante volte si trovano abiti, camice, completi che con un pò di fantasia e lavoro possono diventare capi “nuovi” da indossare. Prima dell’epoca consumistica, i vecchi abiti di fratelli o sorelle più grandi si rimettevano a posto per i bambini più piccoli, non si buttava via nulla. Poi è arrivato il consumismo con tutti i suoi pro e contro, oggi va di moda il Vintage e molti girano per mercatini comprando abiti d’epoca a costi piuttosto alti, pagando profumatamente il tempo, lo stato di conservazione e il valore storico. Poi ci sono quelli come me che i mercatini li frequentano per lavoro, altre persone per necessità, non sono luoghi specializzati nel vintage ma semplicemente posti in cui le persone portano vestiti usati che butterebbero via. Si trovano abiti in ottime condizioni e li porto con me in laboratorio poi li lascio li a “decantare”. Nel frattempo li lavo, controllo eventuali danni, strappi o altro e se passano l’esame inizia il divertimento: gli dò nuova vita.
In sartoria ci sono sempre avanzi di tessuto, rimanenze di passamanerie, nastri e bottoni che possono servire per rimettere a nuovo un capo. A volte si rimodella il tutto, altre basta un decoro, altre ancora si uniscono più pezzi per averne uno unico, ma ciò che importa è il risultato finale: ho un “nuovo” abito e mi sono divertita a ridargli vita, ecco il mio “Vintage Rèvisè”.
Vintage: è un attributo che definisce le qualità ed il valore di un oggetto indossato e/o prodotto almeno vent’anni prima del momento attuale
Rèvisè: revisionare, rivedere
In realtà, nel mio caso, non uso solo capi con più di vent’anni, spesso sono semplici abiti usati, altre volte sono Vintage veri e propri (ed in questo caso lo specifico), quel che mi piace è l’idea di vecchio abito che torna dentro l’armadio di una Signora o Signorina…torna a vivere!
In fondo non è nulla di nuovo, lo faccio tante volte con i miei vecchi abiti, rinnovo il mio armadio semplicemente rimettendo “a nuovo” ciò che è già lì e mi diverto. Ci sono Signore che mi portano i loro abiti usati, magari passati di moda ma dei quali non vogliono disfarsene e così mi chiedono di “inventarmi qualcosa” e da queste richieste che nasce l’idea di una collezione sempre unica, originale e a basso costo.
Ora che ci penso, ho nell’armadio il vecchio abito da sposa…quasi quasi lo trasformo in abito da sera per quest’estate che si fa attendere!
(…to be continued)

blog

http://www.manuelacamprini.com/vintage-revise/Default.aspx

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Taglie morbide…o curve pericolose!!!?!!

Guardo le sfilate incuriosita dalle novità degli stilisti che più amo e, al solito, abiti meravigliosi su donne magrissime. Non voglio puntare il solito dito sulle modelle taglia 38/40, ci pensa già la stampa ad ogni uscita delle collezioni, semplicemente fare delle considerazioni personali per poi metterle in pratica e con un sorriso rivolto alle donne con le curve.
Capisco che fare un abito taglia 40 per una modella è “più semplice”, non ci sono curve sulle quali il modello potrebbe non “cadere bene”, ma poi nella vita di tutti i giorni ci sono molte donne con taglie ben diverse. Vero è che in passerella sfilano abiti da sogno che comunque poche possono permetterseli per una questione di costo ma poi vado a vedere i vari siti e pochi hanno taglie che superano la taglia 48.
Passeggio per la strada e osservo.
Non potrei fare una statistica ma da quel che vedo ci sono molte donne dalle curve pericolose e che hanno voglia di essere alla moda e ben vestite come tutte le altre. Ci sono negozi specializzati in “taglie morbide” o “taglie forti”, ma sempre troppa poca scelta.
Io sono una “taglia morbida” o come mi piace definirmi in modo scherzoso ed ironico, una “giunonica romagnola” dal fianco ben piazzato, alta e dalle curve pericolose, da sempre amo vestirmi a modo mio, quasi sempre jeans e t-shirt ma quando mi cambio per un avvenimento o una uscita amo esser femminile, originale ed elegante. La mia prima collezione è pensata per taglie dalla 42 alla 48, ebbene si, anch’io ho peccato, ma poi lavoro “su misura” e tante donne mi chiedono abiti disegnati, tagliati e cuciti per far esaltare la loro figura con qualche taglia in più e così giocando con me stessa, con l’esperienza e osservando il mondo femminile ho pensato che alla prossima collezione voglio realizzare qualcosa di speciale per taglie morbide e non. Le distinzioni non mi piacciono, ognuno ha il sacro santo diritto d’indossare ciò che vuole, l’importante è sentirsi bene con se stessi.
Tempo fa, ad un workshop, mentre indossavo il corsetto che stavo cucendo, una delle partecipanti mi disse: “…poi lo indosserai con una gonna ampia che nasconda i fianchi.” Io le risposi con una fragorosa risata e gli dissi: “ No, no, anzi, metterò una lunga gonna a sirena, che si vedano le curve“. Non nasconderò il mio corpo, l’ho fatto da ragazzina ma poi ho capito che i valori sono altri e che se voglio vestirmi con un tubino classico, una giacca stile Chanel o indossare un corsetto gotico su un paio di jeans lo faccio e nel mio piccolo vorrei cucire begli abiti per le donne dalle curve pericolose che guardandosi allo specchio sanno prendersi in giro diventando così belle e affascinanti come nessun’altra modella taglia 40.

@Manuela Camprini

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The Plague Doctor… dedicata

Qualche anno fa un amico attore mi chiama e mi chiede se sono disponibile per fare un paio di costumi per un trailer, “Certo”, gli dico e iniziamo a parlare della trama, dei personaggi e del luogo in cui verrà registrato…Venezia.
Dopo la chiaccherata gli chiedo per quando gli servono e lui mi risponde: “Dopodomani parto per Venezia a registrare e con me devo avere i costumi.”
In pratica 36 ore per due costumi.
Mi metto subito all’opera e contatto il regista, Emanuele Mengotti, non ci conosciamo di persona, ci scambiamo alcune mail, ci sentiamo al telefono ed io inizio l’opera. Non avendo tempo sbircio nei bauli e trovo un vecchio abito da sposa e qualche ritaglio di stoffa comprata per chissà cosa.
L’abito femminile deve essere gotico e un pò ottocentesco, quello maschile invece è un abito dell’attore al quale devo apportare delle semplici modifiche. Il problema più grosso è far diventare blu scuro/nero l’abito da sposa. Primi tentativo la lavatrice e i colori per tingere. Aspetto impaziente il lavaggio e quando lo tolgo dalla lavatrice è più bianco di prima. Lo lascio asciugare durante la notte e al mattino cerco un’altra soluzione: pistola a spruzzo da verniciatore di carrozzerie e colori acrilici, mi sembra un’ottima idea.
Nel primo pomeriggio appendo l’abito alla porta basculante del garage e inizio il lavoro di restauro. Fortunatamente l’acrilico asciuga in fretta e così corro in laboratorio e inizio le rifiniture. La sera dopo cena passa l’attore a ritirare tutto, siamo soddisfatti ma il regista ha l’ultima parola. Nei giorni successivi registrano il trailer e sento Emanuele che con voce gioiosa mi dice: “Non so come hai fatto ma sei riuscita a fare i costumi che volevo. Grazie Manu!”. Ero felice di quel lavoro e emozionata quando dopo qualche tempo ho visto il primo trailer. L’anno dopo è stato registrato il secondo, stessi costumi e sempre più emozioni.
Emanuele vive a Los Angeles, un giovane uomo che crede nelle sue capacità e insegue i suoi sogni. In tutto questo tempo ho seguito a distanza le vicende di “The Plague Doctor”, il duro lavoro di trovare l’occasione, i soldi, tutto ciò che serve per trasformare il trailer in film, nessuno di noi credo abbia mai perso la speranza che possa accadere. Poi qualche giorno fa leggo su Facebook che il lavoro di Emanuele è stato premiato ad un importante festival come miglior trailer. Mi emoziono e gli scrivo facendogli i complimenti. Sono felice di aver contribuito a quel piccolo capolavoro che mi auguro di cuore che un giorno venga definitivamente alla luce.
In tutti questi anni non ho mai conosciuto Emanuele, ci siamo scritti, ma non c’è stata ancora occasione di potergli stringere la mano, poco importa, verrà il tempo di incrociare le nostre vite e magari proprio nella Città degli Angeli.
Con orgoglio metto il link di “The Plague Doctor”, buona visione e non smettete mai di credere in voi stessi, a volte è molto dura ma ne vale la pena.
@Manuela Camprini

American Movie Awards 2016 – Vincitori

The Plague Doctor

The Plague Doctor

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Ereditare un mestiere

Sono diversi anni che faccio con passione il mio mestiere e ci sono giorni che guardando il tavolo con stesa la stoffa pronta per il taglio i ricordi tornano.
Improvvisamente il sorriso di mia nonna Ersilia attraversa la mente, è da lei che in famiglia abbiamo ereditato ago e ditale. Ricordo che con un gessetto e il metro disegnava direttamente su stoffa il modello. Una pences qui, una cucitura li e come per magia l’abito prendeva forma. Le prove con le clienti, il rumore della macchina da cucire, i ritagli a terra della stoffa, immagini che hanno il sapore di casa. Mia mamma ha fatto lo stesso, non cuciva per le clienti ma per noi della famiglia, non credo di aver mai avuto un abito preso nei negozi, solo se regalato. Nell’età dell’adolescenza, gli anni del liceo, era un continuo brontolare con lei, io amavo gli abiti dark, i tagli che ricordavano abiti antichi, lei amava gonne “frufru”, fiocchi e merletti, poi le gonne eran sempre troppo lunghe per me e troppo corte per lei. Ricordo i pomeriggi passati in casa a “passare i punti molli” , a rilevare cartamodelli sotto il ricatto materno “o mi aiuti o non cucio più per te”, ed è così che, mentre le mie amiche passeggiavano in centro io imparavo a cucire, a fare l’uncinetto, qualche punto ai ferri e a ricamare: imparavo il mestiere mentre “maledivo” mia mamma. Nel tempo, quei gesti antichi si sono tramutati in gesti quotidiani.
Ho continuato gli studi già trentenne, fatto corsi di modellistica, di corsetteria, studiato la storia del costume e amato i grandi stilisti, oltre che il teatro ed è proprio lì che ho iniziato. Nelle piccole realtà devi esser costumista ma anche modellista, sarta, insomma devi ricoprire diversi ruoli e saper sempre come risolvere i problemi, trovare le soluzioni pratiche e al contempo fantasiose. Così ho imparato a creare i miei modelli. In famiglia è una tradizione che si ripete, la zia, poi mia cugina, tutte con ago e filo ad imbastire sogni. Oggi con un pò di esperienza sulle spalle ho iniziato altre avventure, il teatro resta la mia grande passione ma la moda, dopo averci lavorato per anni in diversi settori, è una sfida con me stessa e se riesco a passare dal bozzetto all’abito lo devo alle donne che mi hanno cresciuta e amata.
Il rumore della carta da modelli, quello delle forbici che tagliano il tessuto, il fruscio delle stoffe, sono diventate la colonna sonora delle mie giornate e sempre con un sorriso: quello di mia nonna che mi diceva: “sei proprio una Ciunchina* ciocuta*”

@Manuela Camprini

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*Ciunchina: il soprannome dei miei famigliari
*Ciocuta: testona, una bambina con la testa dura.

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Il canto della Musa

Depositaria della mia memoria, delle notti in cerca d’amore e dei giorni in cerca d’onore, per le vie della città che per anni ha custodito il mio tempo, cosa vuoi o mia Musa?
Ti ho cercata lasciando tracce del mio passaggio nel tempo mai fermo dell’esistere, mentre tu, nei teatri colmi di parole e di vita, intrattenevi gli spettatori cantando le gesta degli eroi e di cavallereschi amori.
Ho posato gli occhi sul tuo sguardo in una notte di disincanto.
Sei fuggita sentendo le grida del mio buio canto
Porgo al cielo di una notte qualunque la mia voglia di emergere dai nebbiosi viottoli di città senza nome, con me ho antica carta imbrattata di segni, stoffe e forme, un cuore che batte e carni da vestire, so che senti il mio passo in lento divenire.
Non temere, desidero solo esser baciata sul fondo di matita di una notte stellata, poi i sogni prenderanno forma sulla solita carta umida e stropicciata.
Ora che ti ho trovata, inizia a cantare e guardami negli occhi, il mio non è amore per i tuoi dolci sguardi ma stupore per ciò che ispiri e canti.

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[Abito – Manuela Camprini
Modella – Taila Bartoli
Trucco – Natalia Casadei
Acconciatura – Natia Bartolini
Foto – Stefano Muzzin]

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Il primo amore non si scorda mai

La mia passione più grande è il teatro.
Ricordo da ragazzina i sogni fatti con chi avevo accanto, amavo la scenografia, costruire lo spazio vuoto del palcoscenico, renderlo vivo, vero…per poi scoprire da adulta che lo spazio vuoto da molte più possibilità all’immaginazione dello spettatore e rende infinito il finito.
Ai tempi del liceo sognavo l’accademia di Brera ma poi la vita, le scelte, mi hanno portata altrove e a fare altro ma non mi ha portata lontana dal teatro.
Faccio la costumista con velleità d’artista e la voglia di mettermi in gioco come stilista ma la magia del palcoscenico, qualunque cosa io faccia la porto dentro.
Uno dei primi lavori è stato uno spettacolo sul Don Giovanni, un intenso monologo del caro Don Giovanni già arrivato all’inferno e condannato ad esser incatenato al letto, luogo da lui tanto amato mentre era in vita. La regia era di Giovanni Ferri e l’attore era Claudio Tombini. Ho lavorato per settimane fianco a fianco di Claudio perchè il costume era parte stessa della scena e i movimenti dell’attore dipendevano da esso.
Ho imparato a lavorare con l’attore, ad ascoltare le sue esigenze pur restando in linea con le idee del regista ma di quel lavoro ho sempre in mente un anedotto.
Una delle repliche dello spettacolo venne fatta ad Urbania, in un piccolo teatro ottocentesco. Un pomeriggio, appena finite le prove, Claudio mi chiese se ero mai stata nella graticcia, ovvero la parte più alta sopra al palcoscenico da dove scendono i tiri delle corde che sorreggono le scenografie e le americane per le luci. Al mio no mi fa cenno di seguirlo e mi ci porta. Arrivati davanti alla porta d’entrata la spalanca e con un cenno mi dice: “Prego!”
Resto immobile sulla soglia e mi guardo intorno. La graticcia è fatta di assi poste distanti una dall’altra in modo regolare, in pratica è una sorta di soffitta fatta di vuoti e pieni necessari per agganciare le corde e poterle far scendere, in quella in particolare c’erano ancora vecchie carrucole impolverate…e il silenzio. Inizio a camminare sulle assi e mi accorgo che Claudio mi aveva lasciata sola, lentamente mi stendo prona e guardo giù. Osservo il palcoscenico dall’alto, con lo sguardo attraverso le assi e guardo ammaliata quello spazio che sa di vita.
Non ricordo quanto tempo sono restata stesa, ricordo le emozioni, ricordo la vita che mi ha attraversata, quella vita antica che solo i vecchi palcoscenici sanno trattenere e ridare. Ho sentito nella mia mente le voci tonanti di chi li ha lavorato, sentito la loro fatica fatta di sudore e passione, mi sono vestita di quel tempo e ancora oggi lo porto addosso. Quando sono scesa avevo gli occhi lucidi e l’anima in tempesta, forse l’unica tempesta che non ha lasciato relitti ma solo lo scrigno del tesoro. Non credo di averlo mai detto alle due persone che erano con me, l’ho raccontato a qualche distratto spettatore seduto per un pò nella platea della mia esistenza, oggi avevo bisogno di metterlo nero su bianco, di lasciarne traccia, senza motivo apparente.
Lo spettacolo è rimasto nel cuore, il mio primo vero abito di scena, la prima scenografia: una sorta di vestaglia d’annunziana fatta di velluti e rasi, stropicciata e invecchiata, di colore rosso molto intenso e sanguigno. Sotto essa, l’attore indossava una lunga gonna che si agganciava direttamente al letto diventando letto stesso e bloccando Don Giovanni, relegandolo per l’eternità a quel luogo…al suo inferno. Quattro catene fermavano lo stesso letto, una prigione ciò che un tempo per il personaggio era la sua lussuriosa libertà.

Sulla graticcia ho sentito la vita scorrermi dentro mentre cucendo l’abito cucivo una gabbia, ironico questo Don Giovanni e un pò beffardo, come la vita…come questo ormai finito giorno.

@Manuela Camprini

Foto di scena
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“Pentimento – variazione ultima su Don Giovanni” di Giovanni Ferri
con Claudio Tombini
scene e costumi di Manuela Camprini

https://giovanniferri.wordpress.com/

https://www.facebook.com/clautomb?fref=ts

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Muse ispiratrici…Dee o Donne?

Nella Mitologia, le Muse sono figlie di Zeus e di Mnemosine, figlia di Urano e di Gaia, personificazione della memoria.La leggenda non è una sola, come non lo è il numero stesso delle Muse, che varia da leggenda a leggenda.
Originariamente le Muse erano legate alla musica considerata la prima di ogni arte, ma in seguito venne loro attribuita la protezione di ogni forma di pensiero che gli uomini di allora esprimevano, in tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, ed astronomia.Le Muse rappresentavano l’ideale supremo dell’arte.

Tanti i nomi di Donne legati a grandi artisti, letterati dai quali sono state considerate le loro Muse:
Dante aveva Beatrice, la Musa di Petrarca era Laura e quella di Leopardi, Silvia. Klimt era ispirato da Adele Bloch Bauer, Gala lo era per l’arte di Dalì, potrei continuare a scrivere nomi per intere pagine, donne che alimentavano l’estro, la mente di grandi artisti, ne possedevano l’anima, li penetravano nel profondo spesso senza sfiorare il loro corpo.

Muse ispiratrici…Donne come Dee che hanno il potere di far scaturire emozioni talmente profonde da diventare universale arte. Nell’immaginario collettivo son sempre donne bellissime ma credo che la loro vera bellezza sia interiore, la loro anima e la mente sono ciò che di più prezioso hanno.
Muse… già il pronunciare la parola fa sognare.

Pochi giorni fa leggevo il blog di un fotografo, Efrem Raimondi, in cui scrive:
“Uno sguardo.
Quello di Francesca Matisse. Una donna.
Che sia anche modella per me è del tutto marginale.
…..
Dammi lo sguardo Francesca. Per favore.
Di più.
Ancora di più.
Così.
Esattamente così.”

(tratto dall’articolo “Fotografo Donne. Non modelle”, blog di Efrem Raimondi)
http://blog.efremraimondi.it/fotografo-donne-non-modelle/

Ho pensato più volte a quell’articolo, a quelle parole, una Donna, il suo sguardo, un ritratto ma anche un filo invisibile che lega i due, un linguaggio che va oltre lo spiegabile, una “storia” che può durare anche solo l’istante dello scatto ma in quell’istante lo scambio è così intenso che il ritratto diventa opera d’arte.
Il rapporto che si crea fra donna che posa e artista è qualcosa che resta sospeso fra loro, non serve toccarsi, innamorarsi, è più profondo e riaffiora nell’opera, la stessa opera che allo sguardo del fruitore fa arrivare emozioni.

Sto lavorando ad un mio progetto, abiti da indossare, sculture da mostrare, tagli, pieghe e cuciture da far vivere, mi ispiro all’arte Secentesca e sto cercando la mia Musa. Sono giorni che ci penso e camminando per strada cerco il volto che forse è già nella mia mente, uno sguardo che catturi i miei desideri, una Donna che attraversi il mio cammino lasciandomi appesa al suo viso. Una Donna che sappia dare forma alle forme degli abiti, che sia Musa senza parlare, una Donna alla quale poter dire:

” Dammi lo sguardo Francesca. Per favore “

@Manuela Camprini

Francesca Matisse - Milano, Ca' Brutta. Ottobre 2015 - Efrem Raimondi

Francesca Matisse – Milano, Ca’ Brutta. Ottobre 2015 – Efrem Raimondi © All Rights Reserved

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“Dettagli di Femminilità……la Veletta”

Veletta: velo leggero o trina trasparente, con applicazioni di pallini di ciniglia, che le signore eleganti usavano appuntare sul cappello in modo che ricadesse parzialmente sul viso. Di moda a iniziare dal 1885, la veletta resiste con tenacia fino alla seconda guerra mondiale ed è tutt’ora usata soprattutto nelle cerimonie eleganti. Nell’ 800 si usava puntare sull’ala del cappello e scendeva, coprendo completamente il viso, fino al collo, fissata variamente dietro la nuca. All’epoca uscire senza veletta era un’abitudine poco signorile.   (da “Modabolario” di Antoni Donnano – Ikon Editrice, 2011)

Velare e svelare il viso, un gesto carico di sensualità e femminilità che oggi, tranne in rare occasioni, si è perso. Studiando la storia della moda e del costume ci sono “oggetti”, piccoli complementi del vestire di alcune epoche rimasti impressi nella mente per ciò che sanno “esprimere” nel loro uso e fra pizzi, merletti e veleni, parafrasando il titolo di un vecchio film di Frank Capra del 1944, Arsenico e vecchi merletti, la veletta è uno di questi.

Grandi cappelli dalle larghe tese o piccole “bomboniere” puntate sui capelli adornati di veletta, secondo me, sono uno dei vezzi più belli della femminilità. Dall’epoca vittoriana hai giorni nostri sono cambiate moltissime cose, la donna vive in modo completamente diverso e ha considerazione diversa all’interno della società, non sto qui a disquisire su quello che è la storia della donna, mi limito solo all’elemento moda e a quella femminilità dettata da essa che oggi spesso si è persa. Un tempo le signore sapevano indossare gli abiti e le loro costrizioni, per esempio i corsetti, ed esser Donne. Certo, la maggior parte di loro facevano parte di quella grossa fetta di popolazione che non potevano permettersi cappelli e velette, ma questo è un altro discorso, qui si entra nel sociale e nella storia su cui potremmo discutere all’infinito e sul quale studiosi molto più preparati e adatti di me hanno scritto fiumi di parole. In questo momento ciò su cui mi soffermo è solo la parte più “frivola” e leggera e mi chiedo: in questa società contemporanea fatta troppo spesso di “frivolezze” e apparenza, perchè molte donne hanno perso il loro esser femminili?

Tolte le occasioni come il matrimonio o, in certi ambienti nobili, le grandi feste di rappresentanza, il cappello con veletta è quasi in disuso. Oggi le signore indossano berrette di lana come eterne teen-ager, qualche volta osano il cappello alla moda senza troppa convinzione, capisco il freddo, la comodità o l’essere all’ultimo grido….ma perchè perdere la femminilità? Non c’è di certo solo la veletta, in realtà è un discorso molto più ampio, la moda detta degli stereotipi che la massa segue ma perchè imbruttirsi? perchè perdere ciò che di bello abbiamo? Capisco che il concetto di femminilità ha delle variazioni che dipendono da ognuno di noi, così come il concetto di bellezza e bruttezza ha mille variabili, per me ci sono piccole cose che esaltano la donna, esaltano la sua figura, il volto e la gestualità “imposta” nel portarle fa si che quella parte femminile che tutte abbiamo si esalti un pò di più.

Capita raramente ma se incrocio una donna con la veletta mi soffermo a guardarla, lo sguardo, il gesto, evocano qualcosa d’ineguagliabile a cui non sa dare un aggettivo, c’è chi la chiama femminilità, chi fascino o sensualità o forse tutte queste cose assieme e concordo con chi sostiene che sono caratteristiche che non tutte le donne hanno in modo accentuato, ma perchè scimmiottare le nostre figlie sedicenni o seguire la moda a tutti i costi?                                       Non sarebbe meglio scegliere il cappello più adatto a noi e divertirci ad esser Donne uniche?

@Manuela Camprini

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Giambattista Valli 2012

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Philip Treacy 2015

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“Provocazioni”

Nel pomeriggio ho lavorato ai bozzetti di un nuovo lavoro, una piccola collezione tutta mia che sarà presentata nei prossimi mesi e mentre la matita scorreva sui fogli la mente inseguiva pensieri. Siamo continuamente sottoposti a immagini di moda, la pubblicità ci mostra modelli perfetti in abiti senza mai una piega…..poi ci sono gli “alternativi”….ma siamo così certi che siano alternativi?

Frequento l’ambente del teatro, sia per lavoro che per passione, amo andare per mostre, raggomitolarmi nelle poltrone dei cinema d’essai per gustarmi i miei registi preferiti e mentre faccio tutto questo mi guardo intorno, osservo la gente e mi diverto a guardare come si veste mentre passo inosservata dentro ad un paio di jeans e ad un’immensa felpa. La cosa che mi fa sorridere è che ogni ambiente culturale ha le sue omologazioni: chi segue le sfilate e gli avvenimenti mondani è all’ultimo grido o …..cerca di far tendenza con abiti estrosi, chi segue il teatro contemporaneo si riconosce o dal nero totale o da una moda vagamente hippy, chi s’incontra alle serate culturali ha spesso look retrò, alle mostre d’arte contemporanea spesso si vedono personaggi molto eccentrici e, proprio sabato sera ad una di queste, parlando con un amico ho scoperto che anche i fotografi sono spesso riconoscibile perchè un pò alternativi, non troppo fuori dalle righe, con un loro segno riconoscibile e sempre (almeno così sembra) con il cappello che varia da personaggio a personaggio.

Alla fine gli alternativi sono riconoscibili a colpo d’occhio dentro e fuori il loro ambiente…..non è anche questa omologazione agli stereotipi che la società in qualche modo trasmette? Un esempio banale: vado da anni a Santarcangelo dei Teatri, manifestazione legata al teatro contemporaneo in cui trovo attori, performer e pubblico vestiti tutti “uguali”, hanno addosso il segno riconoscibile di quel particolare ambiente e così per quanto vogliano essere fuori dagli schemi in realtà rientrano negli schemi di una moda diversa ma che, secondo me, diventa firma di uno specifico mondo.

Disegnando la “mia” moda, mi son chiesta se è possibile essere fuori da qualsiasi schema dettato dal vestire. Tendenza o controtendenza….cosa cambia alla fine, dato che in entrambi i casi seguiamo tutti mode che ci uniformano a gruppi che la società ha già catalogato?

(@Manuela Camprini)

 

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“Prima del Silenzio”

Foto di Matteo Bosi

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Domani, a Cesena (FC) nel Palazzo del Ridotto, inaugura la mostra fotografica (e pittorica) di un amico che stimo molto come persona e artista: Matteo Bosi.

Un percorso intenso d’immagini, corpi trasformati in miti, volti ricostruiti, cancellati, desemantizzati che vivono poi multiple identità : prima attraverso l’occhio dell’artista che li fotografa e poi nella mente del fruitore che li osserva. Un grande lavoro di ricerca trasversale nei vari ambiti della cultura che Matteo poi traduce in immagini potenti ed evocative.

Ho collaborato con Matteo a queste foto in veste di stylist, mi sono divertita a costruire le maschere, a puntare stoffe, carte e nylon, a costruire i suoi personaggi attraverso i suoi suggerimenti. Una collaborazione nata quasi per caso che mi ha lasciato molto a livello umano e artistico. Un professionista che sa mettersi in gioco con ironia ed estrema umiltà. Ho scelto per questo post solo ritratti, la mostra in realtà si snoda in un percorso molto più complesso in cui i corpi ritratti spesso si fondono con lo sfondo diventando quadri molto complesso a livello compositivo e metaforico.

” L’opera di Matteo Bosi, da sempre, è in cerca di quelle costruzioni, di quei ponti e di quei legami fra le stesse, più o meno misterici, o immaginifici, in cui ci troviamo a immergerci o da cui emergiamo. Inoltre, la stessa contestualizzazione dei personaggi da lui rappresentati, diviene un caleidoscopio di tutto ciò che è stato, che è e che sarà nostro bagaglio intellettuale ed esperienziale, trovando, nell’abbattimento delle porte temporali, un unicum spaziale di forte impatto emotivo, sensuale, passionale, seducente  ( … in cui la stasi diventa componente prima al fine di descrivere uno stato). ”     [tratto dalla presentazione della mostra e catalogo a cura di Gian Ruggero Manzoni]

La mostra inaugura domani, sabato 21 novembre e si protrarrà fino al 2 dicembre, nella Galleria Comunale d’Arte nel Palazzo del Ridotto a Cesena (FC).

(@Manuela Camprini)

 

 

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